Il Sentiero delle Cinque Torri

Era un lunedì. Che però sapeva tanto di domenica, perché era il mio ultimo giorno di ferie, quindi per Charlie, quel lunedì era una domenica. Ed era lo scorso lunedì.

In questi mesi estivi avevo promesso a Fidanzata che l’avrei portata a fare un giro verso Roccaverano, nella punta più meridionale della provincia astigiana, per mostrarle i paesaggi mozzafiato delle Langhe: durante le mie peregrinazioni di infermiere domiciliare, infatti, ho avuto modo di girovagare a lungo in quelle zone, conoscerle meglio e dirmi: un giorno o l’altro ci devo portare Fidanzata, le piaceranno sicuramente.

Ed è stato così che “Charlie e Fidanzata sono andati a zonzo per le Langhe Astigiane un lunedì che sembrava una domenica ma che era alla fine un lunedì” o, se vogliamo dare un titolo più altisonante, possiamo anche chiamarlo Sentiero delle Cinque Torri, che percorre una parte delle antiche difese medievali contro le invasioni dei Saraceni.

È un percorso ad anello, che parte dalla prima torre a Monastero Bormida, passa per San Giorgio Scarampi, Olmo Gentile, Roccaverano, Vengore e poi ritorna al punto di partenza. Si può percorrere completamente a piedi impiegando circa 10 ore, ma (nonostante sia un mediocre escursionista e non disdegni le belle camminate all’aria aperta) sia Fidanzata che io abbiamo optato per la cara vecchia automobile.
La prima torre è stata, come anticipato prima, quella di Monastero Bormida, un bel paesino sulle rive del fiume omonimo (Bormida, non Monastero).

Quando venne creata non fu pensata come torre, ma come campanile per il vicino monastero (ed ecco spiegato il mistero del nome del paese); solo successivamente, quando il monastero divenne un castello dei Marchesi Del Carretto, anche il campanile si trasformò in una torre che venne collegata al corpo centrale dell’edificio tramite un ponte sospeso. È alta 27 metri e svetta nel centro della piazza di questo piccolo paese. Insieme alle case nei dintorni (che sembrano uscite da un borgo di altri tempi tanto sono ben curate), la torre e il castello creano un’atmosfera incredibile, dando l’impressione allo spettatore di trovarsi ancora nel Medioevo.

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A pochi passi di distanza, come collegamento delle due sponde del fiume Bormida, sorge il ponte in stile romanico edificato dai monaci benedettini nel XII secolo: tre campate che sorreggono tutta la struttura al centro della quale adesso si trova una piccola cappella votiva, ma che un tempo era adibita a posto di guardia per riscuotere il tributo per il passaggio (essendo quello un importante collegamento tra Acqui e la via militare di Roccaverano).

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Proprio come allora, anche noi abbiamo attraversato quel ponte (senza pagare il pedaggio) e ci siamo diretti verso la nostra seconda tappa, la torre di San Giorgio Scarampi.

In realtà devo fare una confessione: questa è stata l’ultima torre che abbiamo visitato (perché me l’oro persa e pensavo ci saremmo arrivati dopo, mea culpa), ma facciamo che l’abbiamo vista per seconda, d’accordo?

Sei piani di torre, a base scarpata, contornata da una cinta di mura ora in rovina, venne eretta nel 1323 dai signori Alessandro e Bonifacio Asinari di Asti, come recita un’iscrizione in latino posta sull’entrata alla struttura. Ci siamo soffermati poco su questa torre, un po’ perché era il tramonto e un po’ perché non abbiamo potuto visitarla all’interno, ma anche se non siamo saliti fino in cima, da San Giorgio Scarampi si può godere di una vista a 360 gradi su tutto il territorio, riuscendo a scorgere tutte le altre quattro torri!

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E ora passiamo al piccolissimo, ma bellissimo borghetto di Olmo Gentile (tanto amato da Fidanzata non solo per l’atmosfera di altri tempi che si respira, ma anche per il suggestivo nome).

Solo 150 abitanti popolano questa borgata arroccata su una delle colline delle Langhe, c’è solo il Ristorante della Posta ad animare il circondario (non abbiamo incontrato anima viva, in effetti) e sembrava di essere tornati indietro nel tempo: le strade strette e acciottolate, le case in pietra e in muratura, la tipica chiesetta di campagna costruita vicino al castello e alla torre… tutto sembrava provenire da un Medioevo fantastico che non pensavo di poter vivere. Dateci un’occhiata anche voi e mi saprete dire se ho ragione.

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E come ciliegina, poco fuori da Olmo Gentile, all’imboccatura di un bivio, una piccola pieve rurale, la Chiesetta dell’Addolorata, ci stava aspettando come per salutarci e per ringraziarci della nostra visita.

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Quarta tappa: Roccaverano (con torre, chiesa e bar annessi). Immaginatevi un piccolo borgo costruito in cima e tutt’attorno a un’alta collina, con una torre che domina tutte le vallate circostanti. Quello è Roccaverano.

Piccolo centro abitato di soli 450 abitanti circa, è uno dei comuni più alti della Langa Astigiana: secondo la dicitura riportata sul cartello d’ingresso al paese, infatti, Roccaverano sorgerebbe a un’altitudine di 800 metri sul livello del mare. Aggiungendoci la torre che è alta 37 metri, potrete dire di aver raggiunto il punto più alto della provincia.

La torre è la classica torre che tutti i bambini disegnano quando gli si dice di rappresentarne una: alta e a pianta circolare, circondata da un piccolo parco e da alberi. Originariamente era una posizione difensiva all’esterno delle mura del castello e nei sotterranei (ora non più agibili) era scavato un tunnel che sbucava a molti metri di distanza per condurre in salvo i soldati in caso di assedio. Purtroppo del castello non rimane granché: solo una parte delle mura è sopravvissuta al tempo e alle numerose invasioni e/o razzie che hanno segnato la storia di Roccaverano.

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La torre è visitabile, noi l’abbiamo trovata aperta, ma in caso non lo fosse potete recarvi al bar in piazza e chiedere le chiavi. Per raggiungere la cima bisogna percorrere alcune scale a pioli poste all’interno della torre, ma se ce l’ho fatta io che sono alto quasi due metri e soffro di vertigini, chiunque può farcela e godersi una vista mozzafiato: da una parte le Alpi e il Monviso incorniciano l’orizzonte, mentre dall’altra parte le colline digradano sempre di più verso la Liguria e poi verso il mare (no, non si riesce a vedere il mare, lo so che ve lo stavate chiedendo). Guardando in basso, poi, si possono vedere le torri di San Giorgio Scarampi, Olmo Gentile e Vengore, Roccaverano nella sua interezza e la piazza cittadina antistante la chiesa, l’osteria e il bar (dove Fidanzata e io ci siamo concessi una pausa).

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L’ultima tappa del sentiero, prima di ritornare a Monastero Bormida, è stata la Torre di Vengore.

Si tratta dell’unica costruzione tra quelle che vi ho presentato prima a trovarsi al di fuori di un centro abitato: anche se giurisdizionalmente è ancora del comune di Roccaverano, bisogna allontanarsi di alcuni chilometri per poter ammirare la sua impressionante altezza.

La leggenda vuole che i Roccaveranesi avessero deciso di costruire un’altra torre, più alta e più imponente di quella posseduta dai signori di Roccaverano, gridando al cielo “Vengo, re! Vengo, re!” con l’intenzione di chiamare il re e di farlo abitare proprio in questa torre. Secondo voi il re si è scomodato? Esatto, perciò la torre rimase inutilizzata e adesso è meta dei viandanti che decidono di ammirarla proprio come abbiamo fatto Fidanzata e io.

L’area tutt’intorno è molto ben curata, con un parcheggio per le automobili e un sentiero adornato da tante piante multicolori e da un piccolo boschetto di abeti. Non è visitabile la torre, ma quando arriverete nei suoi pressi e alzerete gli occhi al cielo per vederne la sommità, sono sicuro che rimarrete increduli di fronte alla sua imponenza.

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E così si è concluso il nostro piccolo viaggio tra le torri astigiane, riscoprendo alcuni paesi sconosciuti e tornando indietro nel tempo fino al Medioevo, il tutto in un pomeriggio soleggiato.

Una bella gita per niente impegnativa, ma molto suggestiva ed emozionante insieme a Fidanzata! Cinque pollici in su per il Sentiero delle Cinque Torri!

(Not) Partly cloudy

Lo so, sono un po’ in ritardo, ma dovevo riorganizzare tutte le fotografie che avevo sull’iPhone.

Perché nonostante sia un fortunato possessore di un iPhone, quelli di Cupertino sembra non vogliano implementare il loro servizio cloud, rendendo difficile (e diciamo anche impossibile a volte) la vita di chi necessita di più wireless nella propria vita come il sottoscritto.

Ma tornando a noi… Direi che adesso sono (quasi) a posto con le fotografie e adesso posso finalmente pubblicare un altro articolo nella sezione Dov’è Charlie?

Il luogo: Valgrisenche, il periodo: ferragosto. E adesso vi lascio in pace. Buona curiosata!

https://slate.adobe.com/page-embed.jsFerragosto in Valgrisa

Il consiglio di P.

Inizio del mese, quasi fine delle vacanze (io grazie a Dio le sto iniziando) e rieccomi qui imperterrito con un nuovo argomento che a Charlie piace.

La nostra storia ha inizio qualche giorno fa, mentre mi trovavo a casa di uno dei miei pazienti. La dura vita di un infermiere domiciliare ti porta un po’ dappertutto e ti fa conoscere molta gente (altro che venditori porta a porta o Testimoni di Geova), molti dei quali impari a conoscere a fondo perché a causa della prestazione infermieristica che devi svolgere ti devi recare da loro spesso. Ed è esattamente per questo che l’altro giorno mi è capitato quello che mi è capitato.

Ma lasciate che mi spieghi meglio.

Mi trovavo a casa del Signor P. (per la privacy, come sapete, non posso rendervi edotti riguardo il suo nome) per una delle mie solite “cose da infermiere” e stavamo parlando del più e del meno, come sempre. Instaurare un rapporto di conoscenza e con alcuni anche di amicizia è molto importante, perché ti permette non solo di conoscere più a fondo i pazienti, ma di fare in modo che loro abbiano fiducia in te e in quello che fai. Per questo molti di loro, quando mi vedono, mi chiedono se ho passato una buona giornata, come va con Fidanzata e quando deciderò di sposarla (ormai Fidanzata è diventata quasi una celebrità tra i miei pazienti).

Ma tornando all’altro giorno, dopo avermi offerto il solito Crodino (l’analcolico biondo che fa impazzire il mondo), il Signor P. mi accompagna fino alla porta e, nel frattempo, facciamo due chiacchiere. Parliamo dei suoi anni, del fatto che sia ancora in forma nonostante l’età, mi chiede di Fidanzata ed è davvero contento quando mi sente dire che va tutto benissimo perché lei è quella giusta.

«Sono davvero felice di sentirtelo dire», risponde. «Mi raccomando, tienila stretta e soprattutto, potatevi».

Mi volto un po’ incredulo, perché pensavo di non aver capito bene. Portarsi? Che cosa significava?

«Sai cosa vuol dire, Carlo?», mi dice il Signor P.

«No», rispondo io.

«Un po’ di anni fa io e mia moglie avevamo deciso di fare una crociera, una delle solite crociere che si fanno d’estate. Siccome c’era l’offerta per gli sposi, abbiamo deciso di approfittarne: del resto eravamo due sposi anche noi, da cinquant’anni, ma comunque eravamo sposati. Perciò siamo partiti e siamo andati per mare, non ricordo più bene tutti i posti che abbiamo visto. Fatto sta che a metà crociera ci sarebbe stata una grande festa sulla nave per tutti i novelli sposi e un paio di giorni prima arriva da me il comandante, tutto vestito bene, a chiedermi se potevo parlare del matrimonio durante questa festa, in quanto sposo “anziano” e quindi con più esperienza».

«Davvero?», gli faccio io. «E che cosa ha risposto?»

«Non volevo accettare! Non avevo mai parlato in pubblico, né di fronte a tanta gente che magari non volevano nemmeno sentir parlare un vecchietto come me. Poi, però, tra una cosa e l’altra, ho deciso di accettare l’invito del comandante e durante la festa lui mi ha chiamato sul palco per farmi parlare. Ero un po’ imbarazzato e soprattutto non volevo iniziare a dare delle lezioni di vita a gente molto più giovane di me che si era appena sposata. Quando però hanno saputo che ero stato sposato per cinquant’anni, allora hanno iniziato a farmi delle domande e mi hanno chiesto il segreto di una così lunga durata del mio matrimonio. E io gli ho risposto che oltre ad amare e rispettare la persona che si ha accanto, quando si ritorna a casa dopo il lavoro, bisogna sapersi potare. Un po’ come si fa con gli alberi, no? Si tolgono i rami secchi e quelli che crescono male per fare in modo che l’albero sia più rigoglioso. E, allo stesso modo, quando si torna a casa, bisogna sapersi spogliare dei difetti e di quelle cose che sappiamo non essere perfette in noi per fare in modo che quello che rimanga sia il più perfetto possibile. Sia per noi stessi che per la persona che amiamo. Perciò, mi raccomando, Carlo: potatevi sempre, capito?»